
Ideazione e realizzazione di Massimo Ottoni e Mirko Guerrini
Lo spettacolo “L’ombra di Pinocchio” è l’evoluzione naturale, oltre che consolidazione della collaborazione di lungo periodo tra il visual-artist Massimo Ottoni e il musicista Mirko Guerrini.
Il “visionario” Guerrini, che sogna di poter scrivere per immagini in movimento, trova nel poetico Ottoni il compagno ideale per far prendere luce e ombra alle sue musiche.
Ottoni, del resto, che ha conosciuto Guerrini mettendo in disegno il Cirko “live” stupendo tutti per la capacità narrativa che ottiene ha imparato ad assecondare il desiderio di immagine di quest’ultimo.
L’idea di mettere in scena Pinocchio realizza il bisogno di contestualizzare lo spettacolo, e quale migliore occasione di una fiaba per bambini che si presta a molteplici letture diverse?
Il titolo stesso dello spettacolo già svela in qualche modo l’intento dei due artisti, di cercare di rileggere la storia senza tralasciare quei significati anche un po’ oscuri, e quelle metafore più vaghe e più volutamente “sinistre” con personaggi che appaiono per poi scomparire del tutto dalla storia. Ad esempio il serpente che Pinocchio incontra quando esce di prigione che lo getta in bocca agli assassini….ad esempio il Pescecane (con la “P” maiuscola) che si pensa fosse una metafora di Collodi per indicare il potere totalitario, quello malato, brutto, che ti divora e divora tutto quello che hai, compresa la famiglia. In seguito diviene una Balena, animale più rassicurante, con i fanoni al posto delle tre file di denti, quasi a nascondere appunto le “ombre” scure della storia.
Ottoni poi, utilizza come strumento di pittura prevalentemente la sabbia, tecnica che già di per sé tende a sfuocare i contorni, e lasciar spazio a mille sfumature che con sapienti “crossfade” tra una scena e l’altra rapiscono lo spettatore in una storia dove tutto è possibile.
Guerrini dal canto suo, mette in gioco tutti i suoi amori musicali, a partire dal pianoforte, che per la prima volta suona dal vivo, per arrivare ai fiati più congeniali come il sax, condendo il tutto attraverso un uso non troppo invasivo dell’elettronica, giusto traguardo del viaggio che dal “gesto” del disegno a mani nude arriva a far passare l’emotività attraverso un processore.